Negli ultimi giorni il dibattito europeo è stato scosso da una serie di dichiarazioni e reazioni quando Kaja Kallas, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, ha rilasciato una dichiarazione riguardante il ruolo della Russia e della Cina nella Seconda Guerra Mondiale, durante una conferenza presso l’Istituto dell’Unione Europea per gli Studi sulla Sicurezza.
Kallas ha affermato con chiarezza che né la Cina né la Russia possono rivendicare un ruolo decisivo nella vittoria contro il nazismo, insinuando implicitamente che l’URSS non abbia agito per liberare l’Europa, ma per sostituirsi con un regime di ineguagliabile ferocia.
Subito dopo, Fabio De Masi, noto eurodeputato tedesco di sinistra radicale, ha presentato un’interrogazione formale alla Kallas per chiarire se quelle parole fossero un semplice scivolone retorico o la posizione ufficiale della diplomazia europea.
La risposta della Kallas, ottenuta in esclusiva dal Berliner Zeitung, ha confermato la sostanza delle sue dichiarazioni, scatenando immediatamente ulteriori reazioni contrastanti e dando inizio a un acceso dibattito sul ruolo dell’URSS nella Seconda Guerra Mondiale e la legittimità delle politiche diplomatiche dell’Unione Europea.
In seguito alle dichiarazioni della Kallas, non sono mancati coloro che hanno messo in discussione la sua nomina come Alto Rappresentante dell’Unione Europea.
Secondo alcuni commentatori superficiali, affidare una carica così importante a una politica estone sarebbe stato un errore: “insignificante a livello internazionale”, si è detto, come se la grandezza di un diplomatico si misurasse esclusivamente dalla dimensione del paese che rappresenta.
Tuttavia, questa posizione è profondamente sbagliata, se non addirittura aberrante. Proprio in un periodo storico segnato da crescenti tensioni con la Russia, nessuno meglio di un politico cresciuto ai confini orientali dell’Unione Sovietica può comprendere le dinamiche della minaccia russo-socialista: una consapevolezza che pochi altri rappresentanti europei, provenienti da paesi più centrali o geograficamente distanti, possono vantare.
Affermare che la sua esperienza sia irrilevante equivale a ignorare il peso storico e geopolitico delle regioni di confine, dove la memoria delle occupazioni sovietiche è ancora viva e dove la minaccia di un’aggressione russa non è un concetto astratto ma una realtà concreta.
In questo senso le dichiarazioni di Kallas che provengono dal vertice della diplomazia europea sono la voce di chi conosce intimamente la storia delle aggressioni e delle occupazioni sovietiche.
Al centro del ragionamento di Kaja Kallas vi è un principio storico: l’Armata Rossa aveva come scopo principale l’instaurazione di governi satelliti che riproducessero la logica comunista del regime sovietico. In questo contesto, l’Europa orientale non fu liberata, ma soggetta a un nuovo ordine politico imposto con metodi brutali e repressivi.
A riprova di quanto affermato, basti considerare il numero di vittime del regime sovietico: oltre 27 milioni di cittadini sovietici persero la vita durante la guerra che testimonia quanto la politica della fu CCCP fosse spietata, persino nei confronti dei propri cittadini.
Persino figure iconiche della cultura italiana, come Indro Montanelli, avevano compreso questa verità storica, al punto da esporre nel proprio studio il busto di Stalin, non per ammirazione ma come monito: nessuno ha ucciso più comunisti di lui nella storia.
In sintesi, Kallas ha ragione nel sostenere che “per molti europei la fine della guerra non portò libertà, ma ulteriore oppressione”: un simbolo emblematico di questa oppressione fu il Muro di Berlino che, eretto nel 1961, rappresentò non solo una vergogna storica, ma una ferita permanente sul volto dell’Europa, un monito tangibile del fallimento della promessa sovietica di liberazione.
In altre parole, il periodo della Guerra Fredda e le cicatrici materiali e psicologiche lasciate dal Muro di Berlino rappresentano una prova storica del disegno sovietico: non la libertà dei popoli, ma il rafforzamento di un sistema di potere che sopravviveva attraverso l’ideologia, la forza militare e la manipolazione politica.
È proprio questa continuità storica che conferisce piena legittimità alla posizione di Kallas e alla sua critica verso il revisionismo storico che tenta di santificare l’URSS come unica liberatrice dell’Europa.
Se la Guerra Fredda e il Muro di Berlino hanno rappresentato la dimostrazione storica della volontà sovietica di controllo e dominio sul Continente, gli eventi del 24 febbraio 2022 ne costituiscono la prosecuzione contemporanea.
La Russia, attraverso l’invasione dell’Ucraina, ha riproposto sul terreno politico e militare lo stesso principio che già segnava le relazioni europee durante la divisione Est-Ovest: il primato della forza e la supremazia della coercizione sulla legge e sulla diplomazia.
I carri armati russi, simbolicamente sventolando la bandiera dell’URSS, insieme alle dichiarazioni di Vladimir Putin, che mirano a “ripristinare i confini storici della Russia”, chiariscono che l’obiettivo non è limitato all’Ucraina: Moldavia, Georgia, Paesi Baltici e porzioni di Polonia e Finlandia rientrano nei confini che il Cremlino rivendica sulla scia di un’ideologia imperialista mai tramontata.
In questo quadro, l’azione della Russia non può essere letta come un semplice conflitto regionale, bensì come la manifestazione concreta della continuità storica della politica imperiale sovietica.
Quanto alla Cina, la politica di Xi Jinping mostra una continuità aggressiva altrettanto allarmante.
La pressione quotidiana su Taiwan, la costruzione di avamposti militari nel Mar Cinese Meridionale e la proiezione economica e politica globale testimoniano che il gigante asiatico non ha mai abbandonato l’ambizione di ridefinire gli equilibri mondiali a proprio vantaggio.
Se la Russia è oggi la minaccia immediata, è la Cina a rappresentare il vero punto di pericolo strategico a lungo termine: il trionfo russo, in caso di successo incontrollato, finirebbe per rafforzare indirettamente la Cina, trasformandola nel vero vincitore geopolitico, con l’Europa costretta sotto la sua sfera di influenza diretta.
Le affermazioni antisovietiche di Kallas esprimono la consapevolezza di un’Europa che non può dimenticare le proprie ferite, né i suoi eroi, richiamando all’orgoglio di un continente che ha conosciuto l’abisso e ha saputo rialzarsi grazie al sacrificio dei suoi popoli.
Particolarmente eroico è il sangue versato nei Paesi dell’Europa orientale, le cui rivoluzioni e resistenze hanno infranto il silenzio imposto dal dominio sovietico.
Quei popoli, inascoltati e traditi per decenni, hanno opposto alla menzogna comunista la forza della verità e della dignità umana.
Il loro sangue ha nutrito il risorgimento europeo, cementando l’identità del continente libero.
In questa scia luminosa si inscrivono figure come Jan Palach e Alain Escoffier, due giovani europei, due fiamme gemelle di libertà.
Palach, a Praga, nel gennaio del 1969, scelse di incendiare se stesso per risvegliare la coscienza del suo popolo e denunciare la menzogna dell’occupazione sovietica.
Pochi mesi dopo, a Parigi, Escoffier compì lo stesso gesto, immolando la propria vita in un atto di fraternità verso l’Europa dell’Est.
Essi non morirono invano: incarnarono l’anima più nobile del Vecchio Continente, quella che preferisce bruciare per la libertà piuttosto che vivere nel torpore della schiavitù.
Le parole anti-URSS di Kallas raccolgono i retaggi di chi ha osato sfidare l’impero dell’oppressione (e non sui Trattati e i vincoli di bilancio).