Il crollo di due edifici nel quartiere di Bab al-Tabbaneh, a Tripoli, nel nord del Libano, non è soltanto una tragedia urbana.
È un banco di prova silenzioso ma severo sulla capacità dello Stato di esercitare le sue funzioni primarie: prevenire, vigilare, intervenire, garantire sicurezza.
In contesti fragili, la solidità di un solaio diventa misura concreta della solidità delle istituzioni.
Tripoli, seconda città del Paese, è da anni simbolo di marginalità economica e tensioni sociali.
Bab al-Tabbaneh, in particolare, concentra povertà, densità abitativa e patrimonio edilizio vetusto.
Quando un edificio cede, non crolla solo il cemento: si incrina il patto implicito tra cittadini e autorità pubblica. La “state capacity” – la capacità dello Stato di far rispettare regole e proteggere i più deboli – non è un concetto astratto da manuale universitario, ma una realtà che si misura nel numero di vite salvate prima ancora che nelle promesse formulate dopo.
In Libano il degrado infrastrutturale non è un incidente improvviso, bensì il prodotto di anni di crisi finanziaria, paralisi politica e amministrazioni incapaci di pianificare nel lungo periodo.
Il patrimonio immobiliare invecchia, la manutenzione viene rinviata, le norme sugli affitti comprimono gli incentivi dei proprietari a investire, mentre i controlli pubblici si fanno intermittenti. In questo circuito vizioso, l’emergenza diventa la regola e la prevenzione un lusso.
Il punto politico è decisivo: quando la rabbia dei residenti si indirizza contro le istituzioni, la questione edilizia si trasforma in questione di legittimità.
Se lo Stato non è in grado di garantire la sicurezza elementare dell’abitazione, quale credibilità può vantare su dossier più complessi? La sicurezza urbana è la forma più quotidiana di sovranità.
Da una prospettiva conservatrice, il nodo non è invocare più spesa pubblica in modo indistinto, ma ripristinare gerarchie chiare di priorità.
La funzione primaria dello Stato è garantire ordine, legalità, tutela della vita.
Se le risorse sono scarse – e in Libano lo sono drammaticamente – esse devono essere orientate alla messa in sicurezza delle infrastrutture critiche, con criteri trasparenti e responsabilità definite.
Senza responsabilità individuali e amministrative, ogni piano resta propaganda. Il rischio, altrimenti, è l’avvitamento in un ciclo di emergenze: un edificio crolla, si promettono indagini, si stanziano fondi temporanei, poi l’attenzione si sposta altrove fino al prossimo disastro.
In questo schema, la supplenza di reti informali, organizzazioni caritative o attori esterni finisce per erodere ulteriormente la centralità dello Stato. L’assistenza diventa capitale politico distribuito a macchia di leopardo, non politica pubblica coerente.
Il caso di Tripoli insegna che la vulnerabilità urbana è un fatto geopolitico interno. Le periferie fragili possono diventare moltiplicatori di instabilità.
Quando la casa – bene primario per eccellenza – non è percepita come sicura, la sfiducia si espande e la polarizzazione cresce. In un Paese già segnato da equilibri confessionali delicati, la perdita di fiducia nella capacità regolatoria dello Stato è un lusso che non ci si può permettere.
Ma il Mediterraneo orientale non è solo il teatro della fragilità libanese.
Poco più a sud, la Libia rappresenta l’altro volto della crisi statale: non il collasso silenzioso dell’amministrazione, bensì la frammentazione del potere sovrano dopo la caduta di Muʿammar Gheddafi nel 2011.
In questo vuoto si è inserita con abilità strategica la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, che ha trasformato la Libia in un laboratorio della propria proiezione di potenza.
Sostenendo prima il Governo di Accordo Nazionale e poi il Governo di Unità Nazionale a Tripoli, Ankara ha impedito la caduta della capitale sotto l’offensiva del generale Khalifa Haftar nel 2019, consolidando al contempo l’accordo di delimitazione marittima che rafforza le sue ambizioni nel Mediterraneo.
La mossa turca è stata triplice: militare, economica, diplomatica.
Droni e consiglieri hanno garantito un vantaggio operativo; imprese e compagnie energetiche hanno riaperto canali economici; la diplomazia ha lavorato per ampliare i contatti anche con la Libia orientale.
L’obiettivo è chiaro: non legarsi a una sola fazione, ma costruire una rete di influenza capace di sopravvivere a eventuali rovesciamenti interni.
Questa strategia riflette una lezione che l’Europa sembra aver dimenticato: nel disordine internazionale, la coerenza paga più dell’esitazione.
Mentre le capitali europee oscillavano tra dichiarazioni di principio e inerzia operativa, Ankara ha combinato forza e pragmatismo, presentandosi come attore indispensabile.
Per l’Italia e per l’Unione europea, il messaggio è inequivocabile. Il Mediterraneo non tollera vuoti di potere.
Dove lo Stato arretra – come nel Libano delle macerie o nella Libia divisa – altri riempiono lo spazio.
Talvolta con finalità stabilizzatrici, talvolta con ambizioni egemoniche.
La lezione conservatrice è duplice.
Primo: senza istituzioni solide e responsabili, la sicurezza interna evapora e con essa la legittimità politica.
Secondo: la politica estera non può essere improvvisazione morale, ma difesa coerente degli interessi strategici.
Tripoli, tra i palazzi crollati del Libano e le milizie della Libia, ci ricorda che la potenza statale si misura nella capacità di governare il concreto: un edificio che resta in piedi, un accordo che regge alla prova del tempo, una comunità che si fida delle proprie istituzioni.
Nel nuovo disordine mediterraneo, chi saprà ricostruire lo Stato – nelle fondamenta e nelle alleanze – determinerà gli equilibri dei prossimi decenni.